mercoledì 26 maggio 2021

Psicoanalisi=Filosofia

La costosissima terapia della dianetica - che passa attraverso diversi corsi e livelli di auditing - consiste nell'indurre il paziente a ricordare episodi dal suo passato per risolvere ciò che si trova nella Mente Reattiva e raggiungere gradualmente lo stato di Clear [ossia l'essere umano libero dai suoi traumi e cosciente delle sue reali capacità]. Hubbard vedeva la terapia della dianetica come "un mezzo eccezionalmente efficace per risolvere le malattie psicosomatiche".
La psicoanalisi - dal canto suo - è la teoria dell'Io, dell'inconscio. Mira, con incontri più o meno frequenti di interazione dialogica, a curare disturbi psicopatologici di natura ed entità diversa. Essa occupa un luogo oggi non categorizzato, che sta tra la filosofia, le scienze della mente, la pratica di cura, l'intuizione psicologica. La psicanalisi non accetta ciò che la persona dice, ma lo interpreta, fornendo spiegazioni sulle origini delle sue preoccupazioni. Quando non sfocia nella manipolazione implicita e di conseguenza inconsapevole. È dunque una pseudoscienza così come lo è la dianetica. Nessuna delle due è dimostrabile secondo il metodo scientifico, ma entrambe, stando a chi le pratica, produrrebbero risultati.
Sicuramente le teorie e le tecniche della dianetica sono alla fine un agglomerato di sciocchezze con una buona dose di fantascienza grossolana, ma:
perché, nonostante l'assoluta mancanza di basi scientifiche e l'impossibilità di stabilire in modo oggettivo se la psicoanalisi funzioni oppure no, se ne accettano i princìpi anche nel mondo accademico, dando per scontato che sia capace di spiegare il comportamento umano e a curarne la sofferenza psichica?

venerdì 19 marzo 2021

Zack Snyder's Justice League. Commento

Finalmente [e lacrime napulitane a go go furono].
Dopo 1.227gg [pari a tre anni e quattro mesi ca] da quando hai visto quella porcheria spaccona di Joss Whedon,
un tam tam mediatico distribuito praticamente ovunque (web, Twitter, Vero, Facebook, convention, raccolte fondi, petizioni, etcetera etcetera) via hashtag #ReleaseTheSnyderCut, divenuto rapidamente virale,
il taglio di Zack Snyder della Justice League, ovvero il film come il regista l'aveva inteso (e qualcosa in più, per la verità), è finalmente tra noi!
Un film epico, maturo, autoriale. Un blockbuster che, nel bene e nel male, anche con i suoi difetti, piaccia o meno Snyder, ha una propria identità ben definita. Oltre ad un'aura mitologica. Eh, sì, perché in tre anni e passa, il carico di aspettative che questo montaggio si è portato appresso era enorme. Semplicemente enorme. Foto e clip rubate, dichiarazioni di attori, stuntmen, bozzettisti e fotografi, speculazioni e desideri dei fan... mentre - al contempo - produttori e Studios, blog, giornalisti e detrattori vari, hanno costantemente negato l'esistenza di una Director's cut.
Una pellicola che, con la durata di un kolossal biblico e la divisione in capitoli di un film di Tarantino, è più che una rivincita per Snyder. È intrattenimento grandioso, agile e immersivo. È un'esperienza che, unitamente a Man of Steel e Batman v Superman, da sola vale metà di tutto il Marvel Cinematic Universe. Quattro ore che trasudano passione, che puntano in alto e che rendono giustizia al pantheon DC Comics, dove il nichilista [l'Uomo geniale, l'über-Batman] ritrova la sua umanità, la saggia [l'immortale Donna Meraviglia, la Dea Purga] ritrova amore e fiducia, e lo scettico [l'Oltreuomo Superman, il buon Dio alieno "straniero in terra straniera"] ritrova la consapevolezza di quello che è e di quello che rappresenta. Quattro ore che mostrano tutte le potenzialità del genere: dramma, pathos, azione, giustizia, eroismo, epica, coerenza. Quattro ore spudoratamente e felicemente snyderiane, che meritano tutta la presunzione del regista.
Zack Snyder's Justice League è l'ultimo magniloquente tassello di una nuova trilogia post-moderna che - ne sei sicuro - diverrà ben presto classica (dopo Guerre Stellari e Il Signore degli Anelli) e della quale si parlerà ancora per molto, molto, molto tempo. Quantomeno per l'unicum che rappresenta [un film terminato ma rilasciato in sala in una forma alterata per mano di un regista dalla visione diametralmente opposta, richiesto a gran voce nella sua versione originale dai fan, rifinanziato e ripreso anni dopo con cast riunito, per essere rilasciato, nel suo taglio originale, su altri canali].

Il film, inutile dirlo, di base è aderente alla theatricul cut (dunque, Bruce Wayne, determinato a non rendere vano il sacrificio di Superman, unisce le forze con Diana Prince per reclutare una squadra di metaumani - Aquaman, Flash e Cyborg - con cui proteggere il pianeta da una minaccia aliena in avvicinamento di proporzioni catastrofiche), ma è stavolta completo, con un proprio senso, con più spazio per i singoli eroi. Un film migliore, insomma. La durata, il tono, la messa in scena, i dialoghi, le connessioni, il montaggio, la colonna sonora, il color grading: tutto è lontano da quell'erroraccio di tre anni fa. Quello che succede, in soldoni, l'abbiamo già visto. Come succede, invece, è qualcosa di differente. E cambia tutto.

Se Zack Snyder's Justice League sarà davvero l'ultima pellicola dello Snyderverse, solo gli incassi e Warner & HBO potranno dirlo, ma per Cavill, Affleck e Fisher sarà sicuramente un'uscita gloriosa e soddisfacente. Ricordi infatti che Superman verrà resettato da J.J. Abrams, Affleck ha appeso il cappuccio al chiodo a favore di Robert Pattinson, e Ray Fisher è stato rimosso da Flashpoint come ritorsione per le sue accuse rivolte a mamma Warner, che hanno provocato un'indagine interna per i comportamenti abusivi sul set di Whedon.


La tanto agognata Snyder Cut è una lettera d'amore ai fan e alla figlia Autumn, morta suicida, ma anche una dichiarazione d'orgoglio e d'intenti, un "ve lo avevo detto io che il mio progetto era magnifico!". Un film che se fosse arrivato in questa forma nelle sale cinematografiche nel 2017, avrebbe spostato la bilancia un pochino meno verso Kevin Feige, e noialtri avremmo avuto quel DCEU che meritavamo, col suo sequel tutto ambientato nella timeline knightmare.

In una botta di sincerità, ti senti di dire però che,
Zack Snyder's Justice League magari non è il cinefumetto che i fan stavano aspettando, "ma quello che meritano",
manca di quel simbolismo e di quei parallelismi visti in Batman v Superman e a te tanto cari, ci sono due o tre cose che, vista la theatricul cut e sentite le indiscrezioni, eri convinto di ritrovare anche qua e invece meh!
ma alla fine le lamentele, tue comprese, sono solo stronzate da fanboy,
e il film rimane un enorme "SÌ", tant'è che appena finito ti ha lasciato l'amaro in bocca perché ne volevi ancora. D'altronde è stato concepito come Parte Prima e rimanda chiaramente ad un Justice League Part II e al The Batman di e con Affleck [che forse non vedremo mai, sigh!],
oltre alla piacevole e sempre più rara sensazione di aver visto un pezzo d'arte cinematografica che dimostra come "la visione del regista è sacra" e spesso migliore di quella voluta da produttori e Studios.

mercoledì 17 febbraio 2021

Dall'articolo di Daniele J. Farah su "Man of Steel"


Man of Steel
è la storia di Superman, il dio extraterrestre che giunge sulla Terra e che ne diventa il suo campione.
È la storia di un pianeta lontano di nome Krypton, la cui popolazione è vicina alla propria autodistruzione. Come sempre, siamo noi umani a provocare la nostra stessa fine a causa dell'incontrollato sviluppo tecnologico e militare, senza un pari sviluppo spirituale che crei una condizione di equilibrio fra la sfera fisica e quella metafisica. Jor-El, scienziato illuminato, scopre, unico fra i suoi colleghi, che il pianeta sta per implodere. La consapevolezza di trovarsi al cospetto dell'estinzione per tutta la propria gente, lo porta a prendere coscienza del Novissimo della Morte e delle sue implicazioni sia in ottica secolare che in ottica escatologica. Pur consapevole del crimine che sta commettendo per la legislazione del proprio pianeta, per garantire una possibilità di salvezza al proprio figlio Kal-El - calco di un epiteto ebraico che significa "voce di Dio" - e con lui a tutta la propria razza, lo lancia, con una capsula spaziale, verso la Terra, ritenuto un pianeta ideale. La capsula parte poco prima dell'esplosione di Krypton e atterra nei pressi della fattoria di Jonathan e Martha Kent, due agricoltori del Kansas profondamente religiosi, che trovandolo decidono di adottarlo, chiamandolo Clark e crescendolo, con un forte senso morale, nella cittadina di Smallville. Clark, straniero in terra straniera, crescerà, scoprendo di avere superpoteri. E con essi lotterà contro l'oppressione.
È, in sintesi, l'antica storia di Mosè narrata nel libro dell'Esodo, che abbandonato dalla sua famiglia dentro una cesta, viene lasciato fluttuare sulle acque del Nilo allo scopo di potersi salvare.
Perché Superman, è evidente, è ebreo.
I suoi creatori, Jerry Siegel e Joe Shuster, ebrei emigrati in America ed attirati dalle potenzialità del nascente fumetto, rielaborarono il concetto del "Superuomo", fino agli anni cinquanta incarnato dal pugile Primo Carnera, dando così origine, nel 1933, a Superman, il primo fra i supereroi. Quindi Superman è anche un "Superuomo" - un Übermensch (un "Oltreuomo" nietzschiano), ossia "l'uomo (nella sua essenza più autentica) che diviene sé stesso" e che, per poteri, carisma e genialità, e grazie ad una nuova consapevolezza nata dopo la "morte di dio", si erge al di sopra della gente comune, sopravvivendo alla morte e alla fine dei valori tradizionali, per forgiarne di nuovi, vivendo e accettando gioiosamente l'esistenza in tutta la sua complessità tragica.
Ma Superman è anche Horus, divinità egizia figlio di Osiride. Già è noto il legame che lega Superman e i suoi poteri al Sole (Osiride appunto), ma ben più interessante è il rapporto che lo lega al padre biologico Jor-El: l'eroe del futuro, l'Uomo del domani, che nasce dall'eroe morente. Il nuovo sole che sorge dopo il tramonto del vecchio (tornando al concetto di "Oltreuomo" nietzschiano).
Col tempo Superman ha assunto anche una valenza messianica e cristologica. Egli si sacrifica per salvare il suo popolo, morendo sia per chi lo ha amato che per chi lo odiato. Il suo amore, come quello del Cristo Salvatore, è infatti per tutti. E come il Cristo Salvatore risorge sconfiggendo con la vita la morte.
Ed è questa la visione che il menestrello Zack Snyder, con entusiasmo e genuina passione, ne ha dato in Man of Steel, rendendo potenti ed esplicite le radici giudaico-cristiane di un supereroe troppo spesso declassato a semplice simbolo di un "american way of life": Kal-El è "generato, non creato, della stessa sostanza del padre". È il bambino nascosto e docile che vive nel nascondimento fino al momento in cui, a 33 anni, risolve per una rivelazione che non arriva come un sontuoso fuoco d'artificio ma come un disvelamento graduale. È il divino che si fa uomo ma che al contempo si muove e cammina fra gli uomini sotto le vesti dell'impacciato giornalista del Daily Planet, fino a divenire il Salvator Mundi. Affronterà e sconfiggerà infatti il Generale Zod, folle militare kriptoniano che minaccia di distruggere tutta la Terra, assurgendo alla dimensione di Pantocratore quale Origine, Signore e Giudice finale di tutte le cose create.

giovedì 31 dicembre 2020

Tenet. Commento

Tenet, l'ultima fatica di Christopher Nolan, è il primo grande blockbuster a giungere dopo la pausa forzata provocata dalla pandemia. Con esso Nolan ha confezionato un avvincente e ambizioso spy movie che utilizza un linguaggio scientificamente verosimile per sovvertire la comune concezione lineare del tempo, e sfidare la messinscena hollywoodiana mediante una pellicola stratificata.
Nell'unico palindromo che ne identifica il titolo, Tenet è un film complesso, difficile ma straordinario, e fa dell'ossessione per il tempo il suo fulcro centrale. Ciò non deve stupirti perché "il tempo" è sempre stato una nozione importante per Nolan, a partire dall'esempio classico di Memento [dove l'intera vicenda è mostrata all'inverso], passando per Batman Begins e The Prestige [dove l'arco narrativo dei protagonisti è approfondito per tramite flashback], Inception [dove i livelli del sogno dilatano la percezione del tempo stesso], Interstellar [dove i viaggi cosmici conducono a un paradosso temporale], e Dunkirk [dove si esplora il conflitto intrecciando tre storie che durano rispettivamente un'ora, un giorno e una settimana].
La trama di Tenet - che vede un operativo americano della CIA senza nome e meglio conosciuto come "Il Protagonista", introdotto in un programma top-secret nel quale si troverà ad affrontare agenti e terroristi che si muovono a ritroso nel tempo, e dal cui esito dipende la sopravvivenza del mondo intero - fa della non linearità temporale e del nesso causa-effetto il magistero della propria narrazione, rafforzata, essa, dalla naturalezza e grandezza degli effetti visivi, della fotografia e dell'accompagno musicale. E se John David Washington è in grado di incantare lo spettatore, è anche grazie alla performance carismatica di Robert Pattinson, attore che apprezzi sempre più ad ogni film che lo vede scritturato. Tutto è strabiliante, in effetti in Tenet, e coraggiosamente bello.


Tenet è una vera e propria esperienza, forse non fruibile da tutti. Era l'evento cinematografico dell'anno già prima della pandemia, ed è diventato una sorta di Sacro Graal: non solo un film di Nolan - genio visionario di cui basta il nome per chiamare le persone al cinema, spesso mettendo d'accordo pubblico e critica - ma anche un film giunto in un periodo unico, nell'anno segnato dal Covid-19. È il perfetto specchio del nostro tempo, un mondo al collasso climatico, economico e sociale, che, con in più la confusione, l'inquietudine e la paura per il virus che ancora lo attanagliano, vorrebbe riavvolgere il nastro e tornare indietro di qualche anno.

giovedì 10 settembre 2020

Il ladro e il ciabattino. Breve storia e commento

Dopo The other side of the wind di Orson Welles (completato postumo quarantotto anni dopo, per Netflix, da Peter Bogdanovich),
I cancelli del cielo di Michael Cimino (restaurato e presentato nella sua interezza al Festival del cinema di Venezia vent'anni dopo - dov'è stato accolto tra mille plausi),
Superman II di Richard Donner (completato venticinque anni dopo da Donner stesso - grazie, pare, anche all'interessamento di Bryan Singer - al meglio che ha potuto, ovvero riciclando, per ragioni di coerenza narrativa, scene da provinaggi e dal girato di Lester),
Justice League di Zack Snyder (in uscita finalmente l'anno venturo per Warner Max, grazie al supporto e al tam-tam mediatico del movimento #ReleaseTheSnyderCut),

un altro caso cinematografico ha visto recentemente riabilitata la sua reputazione. Stai parlando de Il ladro e il ciabattino, film d'animazione diretto, co-sceneggiato e co-prodotto dall'animatore canadese Richard Williams (già vincitore Oscar per Chi ha incastrato Roger Rabbit?) a partire dal 1964, rimasto lungamente incompiuto per mancato supporto da parte delle major e rilasciato in qualche forma ottant'anni dopo da Garrett Gilchrist.

Il ladro e il ciabattino
è noto per la sua lunga e travagliata produzione dovuta a notevoli difficoltà formali e creative: l'opera venne interrotta e ricominciata fra vari produttori (Warner, Allied Filmakers, Miramax, Disney, Steven Spielberg) e sempre per gli stessi motivi, ovvero sforamento del budget e dei tempi di lavorazione dovuti all'elevata complessità dell'opera. Williams infatti, perfezionista, voleva realizzare "il film d'animazione più grande e bello che si fosse mai visto", mosso da 24 intercalari (quando Disney lavorava ancora ad appena 12 al sec.), fondali interamente animati e trovate grafiche avanzatissime e innovative. Il tutto, of course, senza computer ma... A MANO.
La fiaba originale, che parlava di una città orientale dorata invasa da banditi supercattivi, una principessa di colore dal carattere forte, un ciabattino eroe-per-caso, un ladro pasticcione, un sultano e un gran visir col pizzetto e la pelle blu, in realtà è uscita in due versioni nel corso degli anni; la prima nel 1993 marchiata Allied Filmakers e titolata La principessa e il ciabattino, la seconda nel 1995 per Miramax, titolata Arabian Nights e [orrore!] spacciata come un rip-off di Aladdin. Entrambe le predette versioni, oltreché di fatto incomplete in quanto Williams non aveva ancora ultimato il film e pertanto fortemente tagliate o rilasciate con materiale di collegamento realizzato da animatori a basso costo, presentavano rimontaggio e censure, musiche à la Disney, vocalizzazioni e doppiaggi non previsti, alterazioni nei nomi e nella trama, etcetera etcetera.
Ma ecco che, nel 2006 tale Gilchrist acquista i diritti e si adopera per un'attività di restauro, realizzando quella che oggi è conosciuta come Recobbled cut mark 4, utilizzando il più possibile il materiale originale inedito. Purtroppo, al fine di presentare un film il più completo possibile, Gilchrist ha dovuto far uso di storyboard, copie di lavorazione e animazioni fortemente incomplete ma, per fortuna, ha rimosso tutte le alterazioni apportate precedentemente. E sabato scorso, 8 settembre 2020, Enrico Gamba, yuotuber conosciuto come 151eg, ha pubblicato gratuitamente sul proprio canale YouTube una versione doppiata in italiano!
In tanti probabilmente non hanno nemmeno conoscenza di quello che stai parlando, ovvero de Il ladro e il ciabattino. Le due edizioni commerciali del '93 e del '95 peraltro sono state un fallimento commerciale. Eppure tanto ma davvero tanto di questo film è stato depredato da Disney e trafuso in Aladdin, dal contesto orientaleggiante alla principessa forte, dall'eroe per caso (ladro peraltro) al gran visir (praticamente identici), al sultano. Disney d'altronde non è nuova nel derubare le idee degli altri: tra i casi più eclatanti, Kimba il Leone bianco e Il mistero della Pietra azzurra.

Il ladro e il ciabattino resta un film d'animazione da vedere, per apprezzare la mole e la qualità del lavoro di Williams. L'aspetto visivo è superbo: ci sono scene molto veloci, dinamiche e deliranti, e l'espressività dei personaggi è ottima. Le musiche sono vivaci, di un genere che si usava tempo fa. La storia è semplice ma molto classica. Certo, non è invecchiato benissimo, ma è "il testamento di un regista rimasto vittima della propria ossessione e della propria incapacità di bilanciare l'ambizione artistica all'interno di un sistema che non contempla l'arte come un valore commerciale".