domenica 4 gennaio 2026

Messina Magica, Messina la nobile, Nobilis Siciliae Caput

𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚 𝐞̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐬𝐨𝐬𝐩𝐞𝐬𝐚 𝐭𝐫𝐚 𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐞 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐭𝐚̀, 𝐭𝐫𝐚 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐭𝐨 𝐞 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨. 𝐄̀ 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐜𝐡𝐞, 𝐬𝐞𝐛𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐬𝐩𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐜𝐮𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐢 𝐧𝐚𝐫𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐢𝐧𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐜𝐡𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐞𝐧𝐨𝐫𝐦𝐞, 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐞𝐫𝐢𝐭𝐚 𝐝𝐢 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐜𝐨𝐩𝐞𝐫𝐭𝐚, 𝐜𝐞𝐥𝐞𝐛𝐫𝐚𝐭𝐚 𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢𝐯𝐢𝐬𝐚.
Sita nell’estrema punta nord-orientale della Sicilia, a Capo Peloro, di fronte Reggio Calabria, città con la quale da tempo costituisce un’unica conurbazione e dalla quale è separata dall’omonimo Stretto, una delle vie d’acqua più strategiche del Mar Mediterraneo (il 𝐌𝐚𝐫𝐞 𝐍𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦, per millenni 𝐜𝐫𝐨𝐜𝐞𝐯𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐞, 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐞, 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢 𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢), venne fondata dai 𝐒𝐢𝐜𝐮𝐥𝐢 (che coi Sicani e gli Elimi furono le popolazioni preelleniche della Trinacria) con il nome di 𝑍𝑎𝑛𝑐𝑙𝑒 nel 757 a.C., che nella loro lingua significava “𝑓𝑎𝑙𝑐𝑒”, e fu nell’antichità porto e riparo per pirati, argonauti ed esploratori. Venne popolata in seguito dai greci venendo rinominata 𝑀𝑒𝑠𝑠𝑎̀𝑛𝑎 ma non come colonia, bensì come 𝑎𝑝𝑜𝑖𝑘𝑖𝑎, ossia come “𝐩𝐨𝐥𝐢𝐬 𝐝𝐢 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞, 𝐧𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐭𝐚𝐜𝐜𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐝’𝐨𝐫𝐢𝐠𝐢𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐮𝐧 𝐠𝐫𝐮𝐩𝐩𝐨 𝐝𝐢 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚𝐝𝐢𝐧𝐢, 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐞𝐫𝐢𝐫𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚 𝐞 𝐛𝐚𝐫𝐛𝐚𝐫𝐚 𝐝𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐚𝐝 𝐮𝐧𝐚 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐩𝐨𝐥𝐢𝐭𝐢𝐜𝐚”, provenendo quei greci dalla Messenia del Peloponneso. Fu sotto il dominio del tiranno 𝐀𝐧𝐚𝐬𝐬𝐢𝐥𝐚𝐨, che realizzò il primo tentativo di unire politicamente in un’unica metropoli le due città delle sponde opposte dello Stretto. E divenne 𝑐𝑖𝑣𝑖𝑡𝑎𝑠 𝑓𝑜𝑒𝑑𝑒𝑟𝑎𝑡𝑎 in epoca romana (comunità/stato alleata dell’Impero). La sua posizione strategica di 𝐜𝐥𝐚𝐯𝐞𝐦 𝐒𝐢𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚𝐞, ossia di “chiave strategica” per la conquista dell’isola, l’ha posta nei millenni al centro della storia del Mediterraneo, tanto da contendersi, per un certo periodo, il titolo di Capitale della Sicilia con Palermo.
𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚 𝐡𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐮𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐢 𝐬𝐩𝐥𝐞𝐧𝐝𝐨𝐫𝐞 𝐢𝐧𝐞𝐠𝐮𝐚𝐠𝐥𝐢𝐚𝐛𝐢𝐥𝐞, 𝐯𝐢𝐬𝐭𝐞 𝐥𝐞 𝐢𝐧𝐧𝐮𝐦𝐞𝐫𝐞𝐯𝐨𝐥𝐢 𝐝𝐨𝐦𝐢𝐧𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢 𝐜𝐡𝐞 𝐯𝐢 𝐬𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐮𝐜𝐜𝐞𝐝𝐮𝐭𝐞, 𝐝𝐚𝐢 𝐠𝐫𝐞𝐜𝐢 𝐚𝐢 𝐫𝐨𝐦𝐚𝐧𝐢, 𝐝𝐚𝐢 𝐛𝐢𝐳𝐚𝐧𝐭𝐢𝐧𝐢 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐫𝐚𝐛𝐢, 𝐝𝐚𝐢 𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐚𝐠𝐥𝐢 𝐬𝐩𝐚𝐠𝐧𝐨𝐥𝐢, 𝐝𝐚𝐢 𝐟𝐫𝐚𝐧𝐜𝐞𝐬𝐢 𝐟𝐢𝐧𝐨 𝐚𝐥𝐥’𝐔𝐧𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 - 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐟𝐮 𝐚𝐧𝐧𝐞𝐬𝐬𝐚, 𝐧𝐞𝐥 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐦𝐚𝐥𝐞, 𝐚 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐩𝐞𝐝𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐌𝐢𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐆𝐚𝐫𝐢𝐛𝐚𝐥𝐝𝐢 𝐟𝐨𝐫𝐭𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐯𝐨𝐥𝐮𝐭𝐚 𝐝𝐚𝐢 𝐒𝐚𝐯𝐨𝐢𝐚, 𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐨𝐝𝐢 𝐝𝐢 𝐝𝐞𝐜𝐚𝐝𝐞𝐧𝐳𝐚: 𝐭𝐫𝐚 𝐞𝐩𝐢𝐝𝐞𝐦𝐢𝐞, 𝐭𝐞𝐫𝐫𝐞𝐦𝐨𝐭𝐢, 𝐬𝐚𝐜𝐜𝐡𝐞𝐠𝐠𝐢 𝐞 𝐠𝐮𝐞𝐫𝐫𝐞, 𝐜𝐚𝐥𝐚𝐦𝐢𝐭𝐚̀ 𝐧𝐚𝐭𝐮𝐫𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐛𝐨𝐦𝐛𝐚𝐫𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐢, 𝐞̀ 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐜𝐢𝐦𝐚𝐭𝐚, 𝐫𝐚𝐬𝐚 𝐚𝐥 𝐬𝐮𝐨𝐥𝐨 𝐞 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐢𝐭𝐚 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐞.
Il trekking urbano che ieri ti ha coinvolto in una passeggiata per le strade della città, ti ha portato alla riscoperta di antiche storie del folklore siculo che già conoscevi (𝐭𝐫𝐚 𝐦𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐚, 𝐟𝐚𝐧𝐭𝐚𝐬𝐦𝐢, 𝐟𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢, 𝐬𝐭𝐫𝐞𝐠𝐡𝐞 𝐞 𝐥𝐮𝐩𝐢 𝐦𝐚𝐧𝐧𝐚𝐫𝐢), ma anche alla scoperta di curiosità storiche e leggende popolari per te invece assolutamente nuove.

All’inizio del percorso si riscoprono le interessanti connessioni con la mitologia: da 𝐍𝐞𝐭𝐭𝐮𝐧𝐨 a 𝐒𝐚𝐭𝐮𝐫𝐧𝐨, da 𝐎𝐫𝐢𝐨𝐧𝐞 a 𝐂𝐨𝐥𝐚𝐩𝐞𝐬𝐜𝐞, dalle sirene alla 𝐅𝐚𝐭𝐚 𝐌𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐚, fino ai miracoli mariani.
la Fontana del Nettuno
La 𝐅𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐍𝐞𝐭𝐭𝐮𝐧𝐨 (fontana monumentale completata nel 1557 da 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐀𝐧𝐠𝐞𝐥𝐨 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐨𝐫𝐬𝐨𝐥𝐢, scultore toscano e stretto collaboratore di Michelangelo, oggi sita in P.zza Unità d’Italia) raffigura il Dio del mare 𝐏𝐨𝐬𝐞𝐢𝐝𝐨𝐧𝐞 (Nettuno per gli antichi romani). Originariamente era collocata sulle banchine del porto a simboleggiare il dio che offre la ricchezza del suo mare alla città, ma secondo il mito, fu proprio Poseidone che, con un vigoroso colpo del suo tridente, avrebbe creato una profonda frattura separando la Sicilia dalla Calabria.
Postilla: l’antico nome greco di Reggio Calabria (𝑅ℎ𝑒𝑔𝑖𝑜𝑛) deriva dal ῥῆγμα, appunto “frattura”.
Il titano 𝐂𝐫𝐨𝐧𝐨 (Saturno per gli antichi romani), Dio del tempo e padre di Zeus, affascinato dalla bellezza dello Stretto e volendo lasciare un segno indelebile della sua presenza in quella terra, avrebbe poi con la sua falce plasmato l’iconico porto naturale dell’antica 𝑍𝑎𝑛𝑐𝑙𝑒. La presenza nel vascone che sostiene la Statua del Nettuno delle raffigurazioni di 𝐒𝐜𝐢𝐥𝐥𝐚 e 𝐂𝐚𝐫𝐢𝐝𝐝𝐢, richiama a sua volta le figure mitologiche di omerica memoria: le sirene, creature dal corpo per metà donna e metà uccello (conseguenza di un incantesimo vendicativo da parte di Afrodite, disprezzata dalle sirene per i suoi amori; ma quando le sirene sfidarono nel canto le Muse, quest’ultime strapparono loro le ali e le gettarono nel Mar Egeo dove Poseidone, mossosi a pietà, le dotò di una coda di pesce), incantavano con la loro voce i naviganti facendoli naufragare sugli scogli - tra parentesi, nei fondali dello Stretto si trova una rarissima foresta di laminarie, alghe giganti alte sino a 10 metri, che, quando venivano trovate a riva, erano interpretate come i lunghi capelli delle sirene; 𝐒𝐜𝐢𝐥𝐥𝐚, mostro marino per metà donna e per metà tritone dalle gambe serpentine sormontate da teste canine (in origine una bellissima ninfa di cui si sarebbe invaghito Glauco - semidio marino metà uomo e metà pesce, allorché la Maga Circe, gelosa perché segretamente innamorata del giovane, la trasformò in un terribile mostro versando una pozione nello specchio d’acqua dove Scilla era solita fare il bagno coi suoi cani), viveva arroccata tra le rupi da dove si avventava sui naviganti; 𝐂𝐚𝐫𝐢𝐝𝐝𝐢, mostro marino dalla gigantesca bocca piena di denti e dalla voracità infinita (in origine una bellissima ninfa che un giorno osò rubare i buoi di Gerione, tantoché Zeus, adirato, la gettò in mare dopo averla tramutata in mostro), viveva tra i flutti dove risucchiava l’acqua e la rigettava creando enormi vortici che affondavano le navi in transito: furono tutti affrontati da 𝐔𝐥𝐢𝐬𝐬𝐞 tra queste coste.
la Fontana di Orione

La 𝐅𝐨𝐧𝐭𝐚𝐧𝐚 𝐝𝐢 𝐎𝐫𝐢𝐨𝐧𝐞 (fontana monumentale completata nel 1553 anch’essa dal 𝐌𝐨𝐧𝐭𝐨𝐫𝐬𝐨𝐥𝐢, sita in P.zza Duomo), raffigura 𝐎𝐫𝐢𝐨𝐧𝐞, il mitico fondatore della città, col suo cane 𝐒𝐢𝐫𝐢𝐨. Orione era un gigante dalla triplice paternità, essendosi generato dall’orina di Zeus, Poseidone ed Ermes. Si racconta che abbia presieduto i lavori della costruzione della città di 𝑍𝑎𝑛𝑐𝑙𝑒. Quando Artemide, la Dea della caccia che con lui condivideva molte battute di caccia e ne era perdutamente innamorata, scoprì che Orione si era invaghito delle Pleiadi, accecata dalla gelosia lo fece avvelenare da uno scorpione. Zeus, mossosi a pietà, lo pose tra le stelle assieme al suo fedele cane.
La Sicilia, in particolare la litoranea nord da Milazzo a Messina e a sud fino a Catania, era considerata dai greci il 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐞 𝐝𝐢 𝐠𝐢𝐠𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐜𝐢𝐜𝐥𝐨𝐩𝐢 (il già citato Orione, il ciclope 𝐏𝐨𝐥𝐢𝐟𝐞𝐦𝐨 di omerica memoria, figlio di Poseidone e di una ninfa, i lestrigoni, popolo leggendario di giganti antropofagi, il gigante Encelado imprigionato da Zeus dentro l’isola e di cui l’Etna sarebbe la bocca, e così via). Tra questi, il gigante 𝐏𝐞𝐥𝐨𝐫𝐨. Questi fu trasformato in pietra in seguito alla sconfitta dei giganti da parte degli dèi olimpici, divenendo il promontorio che oggi porta il suo nome, 𝐂𝐚𝐩𝐨 𝐏𝐞𝐥𝐨𝐫𝐨, uno dei tre promontori che caratterizzano e delimitano l’isola (Capo Passero, nel siracusano, Capo Lilibeo, nei pressi di Marsala, e Capo Peloro, appunto, sotto Messina). E lì, a Capo Peloro, che delimita l’inizio dello Stretto e il punto d’incontro tra Ionio e Tirreno, s’ergeva, a sua guardia, 𝑍𝑒𝑢𝑠 𝑃𝑒𝑙𝑜𝑟𝑜𝑠, un possente colosso che fungeva da faro e dissuasore d’invasioni, divenuto mistero col passare dei millenni. Il “Colosso del Peloro” fu realtà, non mera leggenda: sussistono prove nei testi e sulle monete della sua esistenza nel mondo antico.
il Duomo di Messina
L’attuale 𝐃𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐚 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐌𝐚𝐫𝐢𝐚 𝐀𝐬𝐬𝐮𝐧𝐭𝐚 (che ospita l’orologio astronomico più grande e complesso del mondo costruito dalla Ditta Ungerer di Strasburgo e raffigurante: i giorni della settimana, indicati da figure allegoriche greche, le quattro fasi della vita, con figure di diversa età, un calendario perpetuo, uno zodiaco, un modello della Luna che ne riproduce le fasi, alcune scene bibliche che si succedono quattro volte l’anno, il Leone ruggente che sventola la bandiera della città, il Gallo cantante e le statue di Dina e Clarenza, eroine della Guerra del Vespro, che battono i quarti d’ora) sorgerebbe su un preesistente luogo di culto pagano nel punto in cui, il 22 dicembre (𝐝𝐚𝐭𝐚 𝐞𝐥𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐚 𝐦𝐢𝐭𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐚 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀), 𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐎𝐫𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐫𝐢𝐬𝐮𝐥𝐭𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐢𝐧𝐞𝐚𝐭𝐚 𝐜𝐨𝐧 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚. Peraltro, Messina è detta anche la “Città della Madonna”, già sua Patrona, per via della devozione alla 𝑀𝑎𝑑𝑜𝑛𝑛𝑎 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝐿𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎 (titolo legato alla tradizione che 𝐒𝐚𝐧 𝐏𝐚𝐨𝐥𝐨, giuntovi per predicare il Vangelo, portò a Messina una lettera scritta nientepocodimenoché dalla Vergine Maria, unitamente ad una ciocca dei suoi capelli, con i quali ella promise eterna protezione alla città) e della Festa dell’Assunta in Cielo che si celebra il 15 agosto, giorno in cui viene portata in processione la trionfale 𝐕𝐚𝐫𝐚 alta 14 m preceduta dal corteo di 𝐌𝐚𝐭𝐚 e 𝐆𝐫𝐢𝐟𝐨𝐧𝐞 (impropriamente chiamati 𝑢 𝑔𝑖𝑔𝑎𝑛𝑡𝑖 𝑒 𝑎 𝑔𝑖𝑔𝑎𝑛𝑡𝑖𝑠𝑠𝑎).
la Vara

L’unione tra il pagano e il sacro avviene proprio in questo contesto: “𝑆𝑡𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑀𝑎𝑟𝑖𝑠” è uno dei titoli dati alla Vergine Maria, ma è anche uno dei nomi utilizzato per indicare la Stella Polare. Ora, la Stella Polare non è sempre la stessa, poiché le stelle sono soggette ad un lento ma costante spostamento rispetto all’asse terrestre. L’attuale Stella Polare, Polaris nella costellazione dell’Orsa Minore, ha iniziato la sua epoca alcune migliaia di anni fa sicché nell’antichità, per la navigazione in mare, si usava Sirio, la stella più luminosa del cielo d’inverno sita in prossimità della costellazione di Orione...
Quella di 𝐌𝐚𝐭𝐚 e 𝐆𝐫𝐢𝐟𝐨𝐧𝐞 a sua volta è un’altra leggenda, la leggenda di un amore dalla cui unione nacque la 𝐬𝐭𝐢𝐫𝐩𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐭𝐭𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚: Grifone era un fiero saraceno i cui occhi si posarono sulla bella Mata, nobile messinese. Un filo invisibile e potente si annodò tra i due, che però, come ogni amore proibito, fu osteggiato perché i due giovani appartenevano a culture e credenze troppo diverse, finché Grifone, mosso da amore puro e totalizzante, scelse di rinunciare al suo mondo per convertirsi alla fede cristiana di Mata.
Colapesce
𝐂𝐨𝐥𝐚𝐩𝐞𝐬𝐜𝐞 era invece un pescatore che viveva a Messina, tanto amante della sua terra che decise di sacrificarsi per salvarla. Si chiamava Nicola, detto Cola, che venne soprannominato Colapesce perché “nuotava come un pesce”. Era talmente abile che il Re Federico II di Svevia (o Ruggero II o Carlo V, secondo le diverse versioni orali) decise di metterlo prova. Durante siffatta sfida, Colapesce nuotò talmente in profondità che riuscì a vedere le tre colonne sulle quali si sorreggerebbe la Sicilia: Capo Passero, Capo Lilibeo e Capo Peloro. Quest’ultima, in particolare, essendo piena di crepe, convinse il giovane a restare per sempre sott’acqua per sostenere col proprio corpo la colonna ed evitare che la Sicilia sprofondasse nel mare. Tant’è che ancora oggi, le scosse sismiche nel messinese, sono giustificate per via del giovane che ogni tanto cambia spalla per reggere la colonna!
Si narra che nel Libano nacque un dì, da nobile famiglia, una bambina di una bellezza straordinaria, di nome 𝐒𝐢𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚 (da Σyko, fico ed Ελιά, ulivo). L’oracolo predisse che la fanciulla sarebbe stata divorata al compimento del suo 15° anno dal 𝐆𝐫𝐞𝐜𝐨-𝐥𝐞𝐯𝐚𝐧𝐭𝐞, terribile mostro assetato di sangue che sarebbe giunto in Oriente come vento da est-nord est. Sicché la giovane, al compimento del fatidico compleanno, fu posta su una barca e spinta al largo. I venti la condussero sulla spiaggia deserta di una terra luminosa e calda, ricca di frutti che ne profumavano l’aria, e uno splendido giovane le si avvicinò spiegandole il mistero di quella terra ricca e antica chiamata Trinacria. I due s’innamorarono e fu proprio da quell’unione che nacque il popolo siciliano e l’isola fu ribattezzata col nome di colei che portava in grembo le future generazioni.
Terminiamo la carrellata mitologica con la leggenda più recente giuntaci dai celti, quella della 𝐅𝐚𝐭𝐚 𝐌𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐚 (la Maga sorellastra di Re Artù) che si trasferì in Sicilia costruendo un castello nelle profondità dello Stretto di Messina da dove, coi suoi incantesimi, induceva nei marinai visioni fantastiche per condurli a morte certa. D’altra parte in molte leggende messinesi si ritrovano echi e figure del ciclo carolingio e di quello bretone, a cominciare dal 𝐩𝐮𝐩𝐢 𝐬𝐢𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚𝐧𝐢, il teatro popolare tradizionale di marionette che rappresenta storie derivate dalla letteratura epico-cavalleresca di origine medievale. La Fata Morgana è un raro fenomeno ottico storicamente noto sullo Stretto e in poche altre zone nel mondo, percepibile nelle giornate più calde e afose e soltanto dalla sponda reggina, che, esattamente come una magia, produce foschie, ombre e visioni distorte, “capovolgendo” le immagini o “riducendo” le distanze.

Passando all’aspetto esoterico, magie e sortilegi, fantasmi e tesori nascosti non fanno eccezione e sono vivi più che mai anche a Messina. La storia sismica della città, con i suoi tanti morti e la ricostruzione sui cimiteri, da sempre alimenta le leggende di fenomeni paranormali legati a spiriti inquieti. La presenza poi di folletti e fate accomuna ancora una volta la Sicilia al folkore celtico. Il folklore popolare siculo ci racconta infatti sin dall’infanzia di folletti dispettosi (“𝑢 𝑓𝑢𝑑𝑑𝑖𝑡𝑡𝑢”) che pullulerebbero tra campagne e palazzi, rivelando tesori, nascondendo oggetti o giocando nel sonno coi neonati. E sempre in tema di neonati, come non parlare delle 𝑓𝑎𝑡𝑒 e del mito del changeling. Le fate, in quanto amanti dei lattanti umani, scambierebbero nella culla un loro figlio con un bimbo umano, un sostituto “diverso, impacciato e malaticcio”, che tuttavia le famiglie sono tenute a crescere per amore, perché solo così farebbero lo stesso le fate col vero bimbo umano.
I “𝑙𝑎𝑟𝑖”, spiriti protettori delle case, delle strade, dei campi e dei crocicchi, spesso antenati defunti, derivano invece dal culto pagano dell’antica Roma.
u lupinaru
Ci sono poi “𝑖 𝑙𝑢𝑝𝑖𝑛𝑎𝑟𝑖”, gli uomini nati durante una Luna piena d’estate, preferibilmente di martedì o venerdì (o addormentatisi col viso rivolto verso la Luna piena), tramutati per sempre in lupi mannari per via di una maledizione dalla quale guarirebbero solo facendosi toccare da una chiave di metallo benedetta o praticandosi una puntura in fronte con un ago da sarta. Lupi mannari che, curiosità, non possono salire il 3° gradino di una scala e che, di rientro a casa, tornati umani, rasperebbero la porta per tre volte, per farsi aprire dai familiari.
I “𝑚𝑎𝑙𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑖𝑡𝑖” (gli spiriti cattivi) sono figure del folklore legate a storie popolari di fantasmi, sortilegi e possessioni, che si raccontano ancora oggi. 
La 𝐌𝐚𝐫𝐚𝐛𝐞𝐜𝐜𝐚 è invece la strega cattiva mezza donna e mezzo pesce, viscida, brutta e dall’odore nauseante, che vivrebbe nei pozzi e nelle cisterne. Il mito nasce con l’arrivo in Sicilia del cristianesimo, che non vedendo di buon occhio il culto della “𝐽𝑎𝑛𝑎𝑟𝑎” (sacerdotessa della Dea della caccia Artemide, Diana per gli antichi romani) intimò di stare lontani dai pozzi nei cui pressi cui viveva la strega benevola, che fu così repentinamente trasformata in mostro cattivo.
il Cavaliere della Ruina
Il “𝐶𝑎𝑣𝑎𝑙𝑖𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑅𝑢𝑖𝑛𝑎” sarebbe invece un cavaliere minore dell’Apocalisse (che si aggiungerebbe ai Quattro noti: Guerra, Carestia, Pestilenza e Morte) la cui visione si manifesterebbe regolarmente nella Messina pre-terremoto. Alcune narrazioni popolari giurano di averlo visto attraversare velocemente le strade cittadine alle prime luci dell’alba del 28 dicembre prima del sisma del 1908. Ma poteva anche accadere che il Cavaliere apparisse per fermarsi bruscamente per toccare con la sua lancia una casa qualunque: in quel caso, l’abitazione scelta era destinata a conoscere lutti e disgrazie! Questa storia si lega al racconto popolare di “𝐒𝐭𝐢𝐝𝐝𝐮𝐳𝐳𝐮” (il cui vero nome, non c’è dato conoscere), un bambino che il 27 dicembre 1908 sin dal mattino incominciò a correre avanti e indietro per la città piangendo e gridando angosciato.
“𝑈 𝑗𝑎𝑡𝑡𝑢 𝑚𝑎𝑚𝑚𝑢𝑛𝑖” è il nome dato ad un gatto terrificante dedito a spaventare. Pare derivi da Baal Hammon, divinità cartaginese il cui culto prevedeva che si bruciassero fanciulli in suo sacrificio.
𝐕𝐢𝐚 𝐂𝐚𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞𝐬, oggi rimasta solo un breve segmento, in passato costituiva uno dei più importanti assi viari della città e misurava circa 650 m. Al civico 150, sito nel tratto che oggi non esiste più, si racconta che fosse murata un’antichissima lapide marmorea proveniente da un tempio dedicato ad Apollo. Orbene, chiunque fosse passato su un cavallo in corsa dinnanzi alla lapide riuscendo a leggerla nonostante la velocità, avrebbe sbloccato un portale dov’era custodito un tesoro nascosto!
Re Riccardo ed Excalibur

A Messina, in quanto distrutta più volte dai terremoti, esistono pochi ruderi medievali. Ma si sa che in passato vi furono eretti 𝐭𝐫𝐞 𝐜𝐚𝐬𝐭𝐞𝐥𝐥𝐢, il 𝐶𝑎𝑠𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑀𝑎𝑡𝑎𝑔𝑟𝑖𝑓𝑜𝑛𝑒 (piazzaforte medievale di cui sopravvive oggi solo il torrione che serve da supporto alla struttura campanaria del Sacrario di Cristo Re), il 𝐶𝑎𝑠𝑡𝑒𝑙𝑙𝑎𝑐𝑐𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑀𝑒𝑠𝑠𝑖𝑛𝑎 (un forte costruito nell’ambito dell’imponente sistema difensivo che un tempo circondava la città), e il 𝐶𝑎𝑠𝑡𝑒𝑙𝑙𝑜 𝑑𝑖 𝑙𝑒𝑔𝑛𝑜 costruito dagli inglesi quando nell’autunno del 1190 a Messina giunse e vi sostò per parecchi mesi 𝐑𝐢𝐜𝐜𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐂𝐮𝐨𝐫 𝐝𝐢 𝐋𝐞𝐨𝐧𝐞, diretto in Terra Santa per combattere la Terza Crociata.
𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚 𝐚𝐥 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐜𝐫𝐨𝐜𝐢𝐚𝐭𝐞 𝐟𝐮 𝐮𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐭𝐚𝐩𝐩𝐞 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐡𝐢 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐨 𝐭𝐨𝐫𝐧𝐚𝐯𝐚 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐓𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚, 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐢 𝐩𝐫𝐢𝐧𝐜𝐢𝐩𝐚𝐥𝐢 𝐎𝐫𝐝𝐢𝐧𝐢 𝐜𝐚𝐯𝐚𝐥𝐥𝐞𝐫𝐞𝐬𝐜𝐡𝐢 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐞𝐝𝐞𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐢𝐧 𝐜𝐢𝐭𝐭𝐚̀ 𝐮𝐧 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐨 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞, 𝐩𝐫𝐢𝐨𝐫𝐚𝐭𝐨 𝐨 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐧𝐝𝐚 (𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢𝐭𝐚, 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐥𝐚𝐫𝐞, 𝐭𝐞𝐮𝐭𝐨𝐧𝐢𝐜𝐨). 𝐈 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐥𝐚𝐫𝐢, 𝐢𝐧 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞, 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐬𝐞𝐫𝐨 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐬𝐞𝐝𝐞 𝐢𝐧 𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚, 𝐛𝐞𝐧 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐥 𝐥𝐨𝐫𝐨 𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐞 𝐯𝐞𝐧𝐢𝐬𝐬𝐞 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐩𝐩𝐨𝐠𝐠𝐢𝐚𝐭𝐨 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐒𝐞𝐝𝐞.
Sbarcati a Messina, i soldati inglesi fecero quello che di solito fa un esercito accampato in una città straniera, ossia iniziarono a creare disordini, non perdendo l’occasione di stuprare le donne e saccheggiare le case. Re Tancredi di Sicilia non perse tempo e, radunato un esercito, mosse verso Messina e incontrò il Re d’Inghilterra per trattare. Secondo la leggenda, Riccardo Cuor di Leone donò a Tancredi in segno di pace ed amicizia 𝑙𝑎 𝑚𝑖𝑡𝑖𝑐𝑎 𝑠𝑝𝑎𝑑𝑎 𝐸𝑥𝑐𝑎𝑙𝑖𝑏𝑢𝑟 che, ancora oggi, sarebbe nascosta nei seminterrati di Castello Matagrifone. Recuperarla però sarebbe alquanto difficoltoso, in quanto tra quelle stanze, che oggi appartengono al Sacrario di Cristo Re, si aggirerebbe “𝑎 𝑚𝑑𝑖𝑡𝑡𝑎”, il fantasma inquieto di una donna bellissima morta di crepacuore per aver sorpreso l’uomo che amava con un’altra, gentile con gli uomini fedeli ma d’infinita cattiveria con gli altri.

Dina e Clarenza
Anche la storia riserva le sue curiose sorprese. Durante i Vespri siciliani del 1282, allorché i siciliani insorsero contro lo strapotere e l’insolenza degli allora dominatori francesi, un fondamentale episodio fu combattuto a Messina, dove le truppe angioine, provenienti da Napoli e Marsiglia, furono respinte dai messinesi per ben tre mesi e costrette a ritirarsi dall’isola, in quella che è ricordata come la 𝐆𝐮𝐞𝐫𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐕𝐞𝐬𝐩𝐫𝐨. Quando Carlo I d’Angiò mise sotto assedio Messina bloccando l’intervento di Reggio Calabria a sostegno della città siciliana, la resistenza messinese chiamò a partecipazione tutta la popolazione. 𝐃𝐢𝐧𝐚 e 𝐂𝐥𝐚𝐫𝐞𝐧𝐳𝐚 erano due donne messinesi che, prendendo parte attivamente alla resistenza, si distinsero diventando simbolo del coraggio femminile. A suggellare la vittoria della resistenza ai messinesi, sul Colle della Caperrina apparve la “𝐌𝐚𝐝𝐨𝐧𝐧𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐕𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞”, proprio lì dove quattro anni dopo poi sarà eretto il Santuario della Madonna di Montalto.
Nello stesso periodo storico visse 𝐌𝐚𝐜𝐚𝐥𝐝𝐚 𝐝𝐢 𝐒𝐜𝐚𝐥𝐞𝐭𝐭𝐚, nobile discendente dai Ruffo di Calabria, viaggiatrice e combattente spregiudicata e anticonformista, incline al tradimento coniugale e politico, alla dissolutezza e promiscuità, arrampicatrice sociale e abile scacchista, che morì imprigionata nel Castello Matagrifone, dove ancora oggi si aggira minaccioso il suo fantasma.
la Pietra dell’ingiuria
Su una delle pareti del Duomo è incastonata una misteriosa pietra, la cd “𝐏𝐢𝐞𝐭𝐫𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐠𝐢𝐮𝐫𝐢𝐚”, una piccolissima lastra di marmo che risale a quando a Messina vi erano i quartieri ebrei. La Chiesa di Messina, però, come accadeva un po’ ovunque, non vedeva di buon occhio la comunità ebraica. In questo clima di reciproco astio, il Venerdì Santo del 1347 un ragazzo, secondo la tradizione, passò davanti alla sinagoga cantando ad alta voce il Salve Regina. I rabbini diedero a quel canto un significato di sfida e provocazione, attirarono il giovane all’interno del tempio, lo picchiarono a morte e lo crocifissero come Gesù. Più tardi, per far scomparire le prove della loro colpa, gettarono il suo corpo straziato dentro il pozzo del cortile. Senonché, per un fatto miracoloso, il corpo del ragazzo cominciò a sanguinare così abbondantemente che il pozzo stesso si riempì di sangue e un rivolo raggiunse la pubblica via che permise di scoprire il macabro assassinio. Dell’ignobile delitto fu informata la Regina di Sicilia Elisabetta che inviò a Messina un magistrato che, a seguito di processo penale, dichiarò colpevoli i rabbini, li condannò a morte e sotto le loro teste fece murare una piccola lapide.
In tema di ospitalità antica, va citato che a Messina esistevano, in Via XXIV Maggio (un tempo “Via dei Monasteri”), quattro importanti monasteri, non sopravvissuti al terremoto del 1908: il 𝑅𝑒𝑐𝑙𝑢𝑠𝑜𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑣𝑒𝑟𝑔𝑖𝑛𝑖 𝑟𝑖𝑝𝑎𝑟𝑎𝑡𝑒, dove venivano ospitate le donne non vergini né maritate, il 𝑅𝑒𝑐𝑙𝑢𝑠𝑜𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑑𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑚𝑎𝑙𝑚𝑎𝑟𝑖𝑡𝑎𝑡𝑒, dove rifugiavano le donne vittime di infelici matrimoni, il 𝑅𝑒𝑐𝑙𝑢𝑠𝑜𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑅𝑒𝑒 𝑝𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑒, che accoglieva quelle donne che, abbandonata una vita licenziosa ne abbracciavano una tutta cristiana, e il 𝑀𝑜𝑛𝑎𝑠𝑡𝑒𝑟𝑜 𝑑𝑖 𝑃𝑖𝑒𝑡𝑎̀ annesso al Monte di Pietà, dove lavoravano coloro che non potevano ripagare in danaro i propri debiti, nonché l’attuale 𝑆𝑎𝑛𝑡𝑢𝑎𝑟𝑖𝑜 𝑑𝑖 𝑀𝑜𝑛𝑡𝑒𝑣𝑒𝑟𝑔𝑖𝑛𝑒, dove sono tutt’ora custoditi i resti mummificati di 𝐒𝐚𝐧𝐭𝐚 𝐄𝐮𝐬𝐭𝐨𝐜𝐡𝐢𝐚. La primitiva “Via dei Monasteri” era una delle più importanti arterie urbane, in antichità denominata “dromo”, ossia “corso” per eccellenza, divenne poi Via dei Monasteri per i tanti monasteri che la fiancheggiavano. Il “dromo” aveva origine alla Porta di Gentilmeni all’incrocio tra la Via XXIV Maggio e Via S. Agostino, si estendeva lungo la Via Consolare Valeria, e proseguiva nella litoranea in direzione Catania, attraverso case e palazzi signorili, casali e vecchie fabbriche di essenze di agrumi e gelsomino.
don Giovanni d’Austria
La 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐮𝐚 𝐝𝐢 𝐝𝐨𝐧 𝐆𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐧𝐢 𝐝’𝐀𝐮𝐬𝐭𝐫𝐢𝐚 (eretta nel 1572 da 𝐀𝐧𝐝𝐫𝐞𝐚 𝐂𝐚𝐥𝐚𝐦𝐞𝐜𝐡, scultore carrarese), raffigurante il giovane condottiero austriaco di appena 24 anni che col piede calpesta la testa mozzata del turco ottomano Alì Pascià che, pare, abbia vinto la sua lotta contro l’islam, salpando dal porto di Messina per la Battaglia di Lepanto, grazie all’aiuto di Dio che esaudì la sua richiesta di prolungare il giorno di un’ora.
Né va dimenticato che quella che oggi è P.zza Duomo è sempre stata, sin dall’antichità il centro nevralgico di Messina, l’agorà, il foro. Anche durante la Santa Inquisizione e la caccia alle streghe. 𝐈𝐧 𝐒𝐢𝐜𝐢𝐥𝐢𝐚, 𝐩𝐞𝐫 𝐥𝐮𝐧𝐠𝐨 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐜𝐨𝐥𝐨𝐧𝐢𝐚 𝐬𝐩𝐚𝐠𝐧𝐨𝐥𝐚, 𝐢𝐧𝐟𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐥𝐚 𝐫𝐞𝐩𝐫𝐞𝐬𝐬𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐈𝐧𝐪𝐮𝐢𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐧𝐞𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐟𝐫𝐨𝐧𝐭𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐞𝐠𝐨𝐧𝐞𝐫𝐢𝐚 𝐟𝐮 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐯𝐢𝐨𝐥𝐞𝐧𝐭𝐚 e propriamente a Messina, in P.zza Duomo, venivano bruciate al rogo tutte quelle “𝑚𝑎𝑣𝑎𝑟𝑒” e “𝑑𝑜𝑛𝑛𝑒 𝑑𝑖 𝑓𝑜𝑟𝑎” che non superavano processo e tortura. Tra esse le streghe di Novara di Sicilia, una comunità di donne che si riunivano sul grande Noce di Spartivento prima che questo venisse abbattuto e usato per costruire le porte dell’attuale Duomo, e le sette fate che dimoravano nei pressi del Monastero di Santa Chiara. Era credenza che tutte le streghe agissero sotto la dipendenza di una “Fata Maggiore” (chiamata “𝐒𝐚𝐯𝐢𝐚 𝐒𝐢𝐛𝐢𝐥𝐥𝐚” nel senso di saggia indovina), che dimorava proprio a Messina.
la resistenza dei Camiciotti
Il 𝐏𝐨𝐳𝐳𝐨 𝐝𝐞𝐢 𝐜𝐚𝐦𝐢𝐜𝐢𝐨𝐭𝐭𝐢, un vecchio pozzo del cortile dell’antico Convento benedettino della Maddalena, oggi sito sotto la Casa dello Studente, viene invece ricordato per la sua tragica storia. Qui, infatti, nel 1848, al tramonto del sogno indipendentista dai Borboni, dopo cinque giornate di resistenza nel corso dei moti popolari del ’48, giovani soldati e ragazzi poco più che ventenni preferirono gettarcisi dentro piuttosto che consegnarsi ai vincitori.
𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐬𝐢𝐞𝐝𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐞𝐧𝐭𝐞𝐬𝐢 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐥𝐚 𝐯𝐮𝐨𝐥𝐞 𝐥𝐞𝐠𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐌𝐚𝐬𝐬𝐨𝐧𝐞𝐫𝐢𝐚, 𝐜𝐨𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐢𝐠𝐧𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐚 𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐳𝐚 𝐝𝐢 𝐥𝐨𝐠𝐠𝐞 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐬𝐢𝐧 𝐝𝐚𝐥 𝐗𝐕𝐈𝐈𝐈 𝐬𝐞𝐜. 𝐭𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐚 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐛𝐞𝐧 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐫𝐞𝐬𝐞𝐧𝐭𝐚𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐞 𝐠𝐞𝐫𝐚𝐫𝐜𝐡𝐢𝐞 𝐝’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐆𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞 𝐎𝐫𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞.
Va ricordato che dal 1º al 3 giugno 1955 si tenne in città la “Conferenza di Messina”, a cui parteciparono i sei Ministri degli Esteri dei paesi della CECA (Italia, Francia, Germania Federale, Belgio, Olanda e Lussemburgo) per avviare quel processo di integrazione europea che sarà poi alla base del Trattato di Roma e della moderna Unione Europea.

Messina è intimamente legata a tre figure letterarie: 𝐀𝐥𝐞𝐱𝐚𝐧𝐝𝐫𝐞 𝐃𝐮𝐦𝐚𝐬 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞, 𝐖𝐢𝐥𝐥𝐢𝐚𝐦 𝐒𝐡𝐚𝐤𝐞𝐬𝐩𝐞𝐚𝐫𝐞 e 𝐉𝐨𝐡𝐚𝐧𝐧 𝐖𝐨𝐥𝐟𝐠𝐚𝐧𝐠 𝐯𝐨𝐧 𝐆𝐨𝐞𝐭𝐡𝐞.
Alexandre Dumas padre
Il primo (𝐃𝐮𝐦𝐚𝐬 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞, scrittore e drammaturgo francese, 1802-1870, autore de “I tre moschettieri”, “Vent’anni dopo”, “Il conte di Montecristo” e “Il tulipano nero”) scrisse anche un diario di un viaggio che nel 1835 - sotto falso nome - lo porto a soggiornare a Messina (per poi salpare da lì verso la Calabria), 𝑴𝒆𝒔𝒔𝒊𝒏𝒂 𝒍𝒂 𝒏𝒐𝒃𝒊𝒍𝒆, pieno di notizie storiche e fantastiche, racconti gustosi e personaggi singolari. Dumas tornerà poi in Sicilia diversi anni dopo, nel 1860, per raggiungere, e finanziare, 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐆𝐚𝐫𝐢𝐛𝐚𝐥𝐝𝐢 nella spedizione dei Mille di cui sarà testimone oculare e reporter giornalistico.
Shakespeare
Il secondo (𝐒𝐡𝐚𝐤𝐞𝐬𝐩𝐞𝐚𝐫𝐞, considerato il più importante e influente poeta, scrittore e drammaturgo inglese della storia, 1564-1616) è in realtà da sempre al centro di numerosi dibattiti aperti che discutono non solo della cronologia e paternità delle sue opere, ma persino della sua vera identità. Una teoria suggerisce che il Bardo fosse in realtà un messinese, 𝐌𝐢𝐜𝐡𝐞𝐥𝐚𝐧𝐠𝐞𝐥𝐨 𝐅𝐥𝐨𝐫𝐢𝐨, trovatosi costretto a rifugiare in Inghilterra per sfuggire alla Santa Inquisizione. Di certo c’è che la commedia “Molto rumore per nulla”, ricca di elementi farseschi e giocosi, è ambientata a Messina, come anche in “Antonio e Cleopatra” c’è una scena ambientata all’interno della casa di Pompeo Magno, situata a Messina; che a Treviso il giovane Michelangelo conobbe una tale Giulietta della quale s’innamorò, ma che fu costretto a lasciare per divergenze famigliari e, poco dopo, la ragazza morì; e che quando giunse a Londra assunse la falsa identità di 𝐆𝐮𝐠𝐥𝐢𝐞𝐥𝐦𝐨 𝐒𝐜𝐫𝐨𝐥𝐥𝐚𝐥𝐚𝐧𝐜𝐢𝐚 (cognome della madre).
Goethe
Il terzo (𝐆𝐨𝐞𝐭𝐡𝐞, poeta, scrittore, drammaturgo, filosofo e umanista tedesco, 1749-1832) scrisse anche lui un diario di un viaggio in Italia che nel 1788, venendo da Napoli e prima ancora da Roma, lo porto in Sicilia, da Palermo a Messina, passando per Bagheria, Castelvetrano, Agrigento, Caltanissetta, Catania e Taormina, 𝑽𝒊𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐 𝒊𝒏 𝑰𝒕𝒂𝒍𝒊𝒂, pieno di notizie storiche, episodi, sensazioni, descrizioni di paesaggio, delle città e del patrimonio artistico.
E poi ancora: il filosofo e cartografo 𝐃𝐢𝐜𝐞𝐚𝐫𝐜𝐨 (350-290 a.C.) già discepolo e pupillo di Aristotele, 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐚 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚, tra i principali pittori italiani del Quattrocento, 𝐌𝐚𝐮𝐫𝐨𝐥𝐢𝐜𝐨, matematico ed astronomo cinquecentesco, e 𝐅𝐢𝐥𝐢𝐩𝐩𝐨 𝐝𝐚 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚, esponente della poesia siciliana della corte di Federico II.

il Grancamposanto e la Galleria
Dal punto di vista architettonico, sorgono in città un 𝐂𝐢𝐦𝐢𝐭𝐞𝐫𝐨 𝐦𝐨𝐧𝐮𝐦𝐞𝐧𝐭𝐚𝐥𝐞, uno dei più importanti cimiteri monumentali d’Europa ricco di opere d’arte, eretto in architettura liberty, neogotica e neoclassica; la 𝐆𝐚𝐥𝐥𝐞𝐫𝐢𝐚 𝐕𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐄𝐦𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥𝐞 𝐈𝐈𝐈, unica nel suo genere nel Meridione con la gemella Galleria Umberto I di Napoli, decorata da 𝐀𝐧𝐭𝐨𝐧𝐢𝐨 𝐁𝐨𝐧𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 ed 𝐄𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐋𝐨𝐯𝐞𝐭𝐭𝐢 in stile liberty e art decò, purtroppo oggi trascurata ed adibita a luogo di ristorazione di Old Wild West e Burger King, e cocktail bar; il 𝐓𝐞𝐚𝐭𝐫𝐨 𝐕𝐢𝐭𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨 𝐄𝐦𝐚𝐧𝐮𝐞𝐥𝐞 𝐈𝐈, il teatro più capiente di tutta la Sicilia, in stile neobarocco, la cui realizzazione risale al periodo borbonico; e i tanti palazzi di 𝐆𝐢𝐧𝐨 𝐂𝐨𝐩𝐩𝐞𝐝𝐞̀ che furono commissionati all’eclettico architetto toscano durante la rinascita post-1908. Coppedè fu il primo ad inventare un vero e proprio marchio architettonico, lo 𝑆𝑡𝑖𝑙𝑒 𝐶𝑜𝑝𝑝𝑒𝑑𝑒̀, vero style simbol per la borghesia industriale positivista tra la fine dell’800 e il primo trentennio del XX sec.
Coppedè

Coppedé realizzò o progettò alcuni dei più prestigiosi edifici di Messina (da Palazzo Costarelli a Palazzo del Gallo, da Palazzo dello Zodiaco a Palazzo Cerruti, a Palazzo del Granchio) con un look liberty che ebbe rapidamente la meglio sullo stile floreale di Ernesto Basile. Una curiosità: i cd. “palazzi triangolari” tanto noti ed amati di New York, esistevano già a Messina per merito di Coppedè grazie al 𝐏𝐚𝐥𝐚𝐳𝐳𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐆𝐫𝐚𝐧𝐜𝐡𝐢𝐨, all’incrocio tra Via Garibaldi e Via Cardines.
la Madonnina
E come non citare la 𝐌𝐚𝐝𝐨𝐧𝐧𝐢𝐧𝐚, la famosa statua in bronzo dorato alta 7 m posta su una stele votiva alta 35 metri, eretta negli anni Trenta per volontà dell’𝐀𝐫𝐜𝐢𝐯𝐞𝐬𝐜𝐨𝐯𝐨 𝐀𝐧𝐠𝐞𝐥𝐨 𝐏𝐚𝐢𝐧𝐨, che invoca la protezione mariana su Messina, sul suo popolo e su tutti i naviganti e visitatori che arrivano via mare?
il Pilone

O anche il 𝐏𝐢𝐥𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐓𝐨𝐫𝐫𝐞 𝐅𝐚𝐫𝐨, ormai assurto anche lui a simbolo della città? il traliccio alto 224 m (più 11 m di base in calcestruzzo) è gemello di quello su costa calabra sito a Santa Trada. I due piloni furono costruiti negli anni Cinquanta per portare l’elettricità in Sicilia e sono rimasti operativi fino ai primi anni Novanta, allorché sostituiti da cavi sottomarini. I due piloni vantano il record dei tralicci più alti del mondo e del
l’elettrodotto più lungo al mondo (3,6 km).

Per chi volesse approfondire, si consiglia la lettura di 𝑴𝒆𝒔𝒔𝒊𝒏𝒂𝒓𝒄𝒂𝒏𝒂 (EDAS Editore) di 𝐆𝐢𝐚𝐧𝐝𝐨𝐦𝐞𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐑𝐮𝐭𝐚 che raccoglie leggende, tradizioni e fantasmagoriche testimonianze sulla Città dello Stretto.

venerdì 11 luglio 2025

Superman (2025). Commento

Ieri sei andato a vedere con tua figlia il tanto atteso Superman [legacy] di James Gunn.
La pellicola - che frattanto si è persa il sottotitolo “legacy”=eredità, limitandosi al più semplice ma banale “Superman” - reca seco un pesante fardello, ossia il futuro del DC Cinematic Universe. Ergo: se il film sarà un successo al botteghino, continueremo a vedere film di supereroi DC Comics, altrimenti il Superman uscito il 9 luglio in tutte le sale del mondo sarà la definitiva pietra tombale sui cinecomic, invero già da anni in crisi dopo la conclusione della maxisaga Marvel conclusasi nel 2019 con Avengers: Endgame.
Dopo le pellicole slegate del Superman di Donner (1978 e 1980) e dei Batman di Burton (1989 e ss.) e di Nolan (2025 e ss.), del Justice League mai girato di Miller e il passo falso del Lanterna Verde del 2011, il testimone di architetto del DCU era passato a Zack Snyder che, con la sua trilogia composta dall’Uomo d’Acciaio, Batman v Superman e Justice League [Snyder Cut], aveva creato un universo ricco di epica, pathos, maturità, simbolismo e autorialità, che ha avuto come corollari - non del tutto coerenti per il vero - i vari Wonder Woman, Shazam!, Suidice Squad, Aquaman, Black Adam, Flash e Birds of Prey... pellicole che lungo il cammino hanno purtroppo modificato il tiro avvicinandosi ai toni da commedia malcelata di casa Marvel.
Dopo il “licenziamento” di Snyder, gli odierni architetti dei DC Studios sono perlappunto Gunn e il produttore Peter Safran. La loro roadmap, presentata come un «ampio ma non totale reset», non ti entusiasma ma non escludi che possa sorprenderti.
Per quanto attiene Gunn, è notorio come nel 2018 sia stato licenziato da Disney e dai Marvel Studios per alcuni vecchi tweet in cui ironizzava su argomenti seri quali lo stupro e la pedofilia; altrettanto notorio - per chi mi conosce - è che non hai mai apprezzato i suoi Guardiani della Galassia e il suo Suicide Squad, e men che meno la sua vecchia produzione per la casa Troma (famosa per i suoi film indipendenti e a basso costo, con un alto tasso di splatter e nudità).
Insomma: in soldoni, ieri sei andato al Lumière con basse aspettative ma tanta speranza.
E come ne sei uscito? Come t’è parso il film?
Andiamo con ordine.
Sebbene non sia una storia di origini, la pellicola è incentrata su una giovane versione di Superman, più giovane di quello interpretato da Cavill, ma che già da giornalista del Daily Planet interagisce con personaggi chiave come Lois Lane, Lex Luthor e alcuni metaumani per la prima volta apparsi sul grande schermo. Il film è meno leggero di quello che pensavi ma è, ahimé, meno maturo di quanto speravi. È scritto bene, oscillando tra vecchio e nuovo, tra oscurità e solarità, e quasi tutto il cast funziona. Funzionano il Luthor di Nicolas Hoult, la Lois di Rachel Brosnahan e soprattutto il Clark Kent/Kal-El di David Corenswet, ingenuo ma duro al contempo, che già brilla con sincerità e forza, confermandosi imho come degno erede di Reeves e Cavill, mentre non ti sono piaciute affatto le scelte di Ma’ e Pa’ Kent. Funziona bene la Justice Gang composta da uno spocchiosissimo e cialtrone Lanterna Verde Guy Gardner, da una ottima Hawkgirl e da un semi-inutile Mr. Terrific, mentre ti ha un po’ sorpreso la reinterpretazione di Jor-El di Bradley Cooper che alle epiche parole del Jor-El interpretato da Russell Crowe (“Tu darai alla gente un ideale al quale ispirarsi, correranno con te, vacilleranno, cadranno, ma col tempo saranno accanto a te nella luce”), sostituisce un disegno oscuro per la Terra nel quale raccomanda al figlio inviato tra le stelle di dominare sugli umani, in quanto deboli di mente, spirito e corpo, e di crearsi un harem di donne per spargere i suoi geni come degno erede della Krypton perduta! Inutili le due scene post-credit e fastidiosa la colonna sonora, quando troppo nostalgica nel suo rifarsi alla vetusta di John Williams, e quando eccessivamente rockettara come da impronta meh! di Gunn.
Insomma un Superman molto più umano che alieno, più sciocco che divino; un film che comunque funziona, anche grazie alla presenza del supercane Krypto (che si comporta esattamente come il tuo cane Shari :), che in modo maldestro ma affettuoso segue ovunque il suo superpadrone. Un film molto fumettoso quando fa indossare i mutandoni rossi al protagonista o sfoggia l’Universo tasca creato da Luthor, nella sua visione classica della Fortezza della solitudine e nella divisione fin troppo netta tra bene e male, ma che proprio per questo paga pegno perdendo parte di epicità - non puoi infatti nascondere come evidente fosse l’influenza della fotografia snyderiana nelle battaglie aree di Metropolis alle quali, purtroppo, ha fatto da contraltare l’impronta kitsch gunniana che mette in scena lo scontro con un kaijū (mostro tipico della fantascienza giapponese).

sabato 26 aprile 2025

Il "sentiero di Torre Cavallo"

Sulle cime che si elevano alle spalle di Reggio Calabria, nelle località di Pentimele, Catona, Campo Calabro e Santa Trada, a debita distanza dalla costa, protetti tra le colline, 𝐬𝐢 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐬𝐞𝐫𝐢𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐨𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐞 𝐨𝐩𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐢 𝐢𝐧𝐠𝐞𝐠𝐧𝐞𝐫𝐢𝐚 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞: forti, fortificazioni e torri costruite tra il XVIII e la fine del XIX sec. e usate - tra vari adattamenti che nei decenni hanno accostato alla pianta originale numerose altre strutture - fino alla II Guerra Mondiale come postazioni di artiglieria e deposito munizioni. Denominati impropriamente “Forti Umbertini”, questo complesso di fortificazioni perlopiù preesistenti fu ridisegnato durante il regno del Re Umberto I di Savoia. Trattasi di opere con caratteristiche proprie particolari, come fossati sul fronte d’ingresso, caponiere di gola, mimetizzazione ed interramento del fronte d’attacco, ricettività truppe, santa barbara e stalle, sistemi d’areazione e raccolta delle acque.
𝐋’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚 𝐦𝐞𝐫𝐢𝐝𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞, 𝐝𝐚 𝐩𝐨𝐜𝐨 𝐚𝐜𝐪𝐮𝐢𝐬𝐢𝐭𝐚 𝐚𝐥 𝐑𝐞𝐠𝐧𝐨 𝐝’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚, 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐯𝐚 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐢𝐟𝐞𝐬𝐚 𝐝𝐚 𝐞𝐯𝐞𝐧𝐭𝐮𝐚𝐥𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐚𝐜𝐜𝐡𝐢 𝐦𝐢𝐥𝐢𝐭𝐚𝐫𝐢 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐧𝐢𝐞𝐫𝐢. 𝐄 𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐫𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐌𝐞𝐬𝐬𝐢𝐧𝐚 𝐬𝐢 𝐭𝐫𝐨𝐯𝐚𝐯𝐚 𝐢𝐧 𝐮𝐧𝐚 𝐩𝐨𝐬𝐢𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐠𝐞𝐨𝐠𝐫𝐚𝐟𝐢𝐜𝐚 𝐬𝐭𝐫𝐚𝐭𝐞𝐠𝐢𝐜𝐚 𝐞 𝐩𝐫𝐢𝐯𝐢𝐥𝐞𝐠𝐢𝐚𝐭𝐚 𝐚𝐥𝐥’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐌𝐚𝐫𝐞 𝐍𝐨𝐬𝐭𝐫𝐮𝐦, 𝐢𝐥 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚𝐧𝐞𝐨, 𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐩𝐨𝐜𝐚 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐚𝐥𝐞 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐄𝐮𝐫𝐨𝐩𝐚. 𝐏𝐞𝐫 𝐦𝐢𝐥𝐥𝐞𝐧𝐧𝐢 𝐢𝐥 𝐌𝐞𝐝𝐢𝐭𝐞𝐫𝐫𝐚𝐧𝐞𝐨, 𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐞𝐬𝐬𝐨 𝐥’𝐈𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚, 𝐞̀ 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐢𝐧𝐟𝐚𝐭𝐭𝐢 𝐜𝐫𝐨𝐜𝐞𝐯𝐢𝐚 𝐝𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐞 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐞, 𝐥𝐮𝐨𝐠𝐨 𝐝𝐢 𝐬𝐜𝐚𝐦𝐛𝐢 𝐜𝐨𝐦𝐦𝐞𝐫𝐜𝐢𝐚𝐥𝐢 𝐞 𝐛𝐚𝐭𝐭𝐚𝐠𝐥𝐢𝐞, 𝐢𝐧𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢 𝐞 𝐬𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢.
Torre Cavallo
𝐓𝐨𝐫𝐫𝐞 𝐂𝐚𝐯𝐚𝐥𝐥𝐨, così detta perché al suo interno vi si trovava una stalla dove venivano ricoverati i cavalli, è un’antica fortificazione che, assieme ai fortini di Campo Calabro (Siacci - la fortificazione più importante per dimensioni, caratteristiche architettoniche e funzioni, Poggio Pignatelli e Matiniti Inferiore) e alla vecchia struttura poi divenuta il prestigioso hotel “Altafiumara”, costituiva “una cintura” 𝒄𝒐𝒏 𝒇𝒖𝒏𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒅’𝒂𝒗𝒗𝒊𝒔𝒕𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒆 𝒅𝒊𝒇𝒆𝒔𝒂 𝒅𝒆𝒍 𝒄𝒊𝒓𝒄𝒐𝒏𝒅𝒂𝒓𝒊𝒐 𝒔𝒖𝒍 𝒍𝒂𝒕𝒐 𝒄𝒂𝒍𝒂𝒃𝒓𝒆𝒔𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒐 𝑺𝒕𝒓𝒆𝒕𝒕𝒐.
Dal “sentiero di Torre Cavallo” si ha una vista meravigliosa sullo Stretto; sono visibili persino i caratteristici laghi di Messina, l’Etna, le Isole Eolie di Stromboli e Panarea, i movimenti delle correnti marine. Grazie al lavoro del volontariato - cosa nulla affatto scontata - il sentiero è agevolmente accessibile a tutti e lungo di esso vi sono persino panche per riposarsi.

Il sentiero è intimamente legato a quattro figure storiche: 𝐀𝐥𝐞𝐱𝐚𝐧𝐝𝐫𝐞 𝐃𝐮𝐦𝐚𝐬 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞, 𝐄𝐝𝐰𝐚𝐫𝐝 𝐋𝐞𝐚𝐫, 𝐆𝐢𝐨𝐚𝐜𝐜𝐡𝐢𝐧𝐨 𝐌𝐮𝐫𝐚𝐭 e 𝐒𝐩𝐚𝐫𝐭𝐚𝐜𝐨.
Alexandre Dumas padre
Il primo (𝐃𝐮𝐦𝐚𝐬 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞, scrittore e drammaturgo francese, 1802-1870, autore de “I tre moschettieri”, “Vent’anni dopo”, “Il conte di Montecristo” e “Il tulipano nero”) fu amico ed ammiratore di 𝐆𝐢𝐮𝐬𝐞𝐩𝐩𝐞 𝐆𝐚𝐫𝐢𝐛𝐚𝐥𝐝𝐢 - figura che nel bene e nel male fu responsabile dell’annessione del Regno delle Due Sicilie al nascente Regno d’Italia - al quale si unì raggiungendolo a Palermo il 9 giugno 1860 e a cui dedicò 𝑳𝒆 𝒎𝒆𝒎𝒐𝒓𝒊𝒆 𝒅𝒊 𝑮𝒂𝒓𝒊𝒃𝒂𝒍𝒅𝒊, reportage giornalistico sulle gesta sue e dei Mille, che anche da questi luoghi passarono, ma scrisse anche un diario di un viaggio che nel 1835, venendo dalla Sicilia - sotto falso nome - lo porto in Calabria, da Villa San Giovanni a Cosenza, passando per Cinquefrondi, Scilla, Bagnara, Palmi, Pizzo e Maida, 𝑽𝒊𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐 𝒊𝒏 𝑪𝒂𝒍𝒂𝒃𝒓𝒊𝒂, pieno di notizie storiche e fantastiche, racconti gustosi e personaggi singolari.
Edward Lear
Il secondo (𝐄𝐝𝐰𝐚𝐫𝐝 𝐋𝐞𝐚𝐫, scrittore e illustratore inglese, 1812-1888) nel 1847 visitò la provincia reggina e nel suo 𝑮𝒊𝒐𝒓𝒏𝒂𝒍𝒆 𝒅𝒊 𝒗𝒊𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐 𝒂 𝒑𝒊𝒆𝒅𝒊 𝒊𝒏 𝑪𝒂𝒍𝒂𝒃𝒓𝒊𝒂 raccontò di quel viaggio in un affascinante resoconto illustrato, capolavoro senza tempo della “letteratura di viaggio”.
Gioacchino Murat
Il terzo (𝐌𝐮𝐫𝐚𝐭, generale francese e cognato di Napoleone Bonaparte, 1767-1815) governò il Regno di Napoli a nome dei francesi dalle alture di Piale. Muovendosi da Napoli per la conquista della Sicilia (dove si era rifugiato il Re Ferdinando I sotto la protezione degli inglesi), giunse a Scilla nel 1810, costruì l’accampamento calabrese di Piale, “Campo Piale” perlappunto, e i tre forti di Torre Cavallo, Altafiumara e Piale, quest’ultimo con telegrafo. Constatata la difficoltà di prendere la Sicilia, Murat dismise l’accampamento di Piale e, a seguito della caduta di Napoleone a Waterloo, morì fucilato a Pizzo perché giudicato traditore del Regno.
Spartaco
Il quarto (𝐒𝐩𝐚𝐫𝐭𝐚𝐜𝐨, militare e gladiatore romano di origini trace, 109-71 a.C.) per fuggire ai romani durante la sua rivolta che fece tremare Roma, salpò per la Sicilia. Qui fu tradito da alcuni pirati cilici che avrebbero dovuto fornirgli le imbarcazioni per l’attraversamento dello Stretto, e rimase in terra calabra, rifugiandosi con i suoi uomini sulle alture dell’Aspromonte, da lì mosse in ritirata e fu sconfitto nella battaglia di Petelia (l’odierna Strongoli).

L’itinerario è altresì 𝒑𝒓𝒆𝒔𝒊𝒅𝒊𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝑾𝑾𝑭 𝒑𝒆𝒓 𝒗𝒊𝒂 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝒔𝒖𝒂 𝒓𝒊𝒈𝒐𝒈𝒍𝒊𝒐𝒔𝒂 𝒃𝒊𝒐𝒅𝒊𝒗𝒆𝒓𝒔𝒊𝒕𝒂̀, come l’acanto, usata come pianta decorativa, e l’artemisia, dalla quale si ricavava il distillato ad alta gradazione noto col nome di “assenzio”.

Dalla piazzetta belvedere alla fine del percorso si scoprono poi le interessanti connessioni con le figure mitologiche di omerica memoria delle sirene e di Scilla: le prime, creature dal corpo per metà donna e metà uccello (conseguenza di un incantesimo vendicativo da parte di Afrodite, disprezzata dalle sirene per i suoi amori; ma quando le sirene sfidarono nel canto le Muse, quest’ultime strapparono loro le ali e le gettarono nel Mar Egeo dove Poseidone, mossosi a pietà, le dotò di una coda di pesce), incantavano con la loro voce i naviganti facendoli naufragare sugli scogli; la seconda, mostro marino per metà donna e per metà tritone dalle gambe serpentine sormontate da teste canine (in origine una bellissima ninfa di cui si sarebbe invaghito Glauco - semidio marino metà uomo e metà pesce, allorché la Maga Circe, gelosa perché segretamente innamorata del giovane, la trasformò in un terribile mostro versando una pozione nello specchio d’acqua dove Scilla era solita fare il bagno coi suoi cani), viveva arroccata tra le rupi da dove si avventava sui naviganti: furono entrambi affrontati da 𝐔𝐥𝐢𝐬𝐬𝐞 tra queste coste.

Giunti a questo punto, il “tramonto boreale dello Stretto” tinge onde, nuvole e cielo con un colore che dal rosso tende al viola (motivo per cui la costa che bagna Villa San Giovanni, Scilla, Bagnara, Seminara e Palmi è detta “Costa Viola”). Qui il mare ci ricorda un’altra leggenda, quella della 𝐅𝐚𝐭𝐚 𝐌𝐨𝐫𝐠𝐚𝐧𝐚 (la Maga sorellastra di Re Artù) che si trasferì in Sicilia costruendo un castello nelle profondità dello Stretto di Messina da dove, coi suoi incantesimi, induceva nei marinai visioni fantastiche per condurli a morte certa. La Fata Morgana, raro fenomeno ottico storicamente noto sullo Stretto e in poche altre zone nel mondo, percepibile nelle giornate più calde e afose e soltanto dalla sponda reggina che produce foschie, ombre e visioni distorte, “capovolgendo” le immagini o “riducendo” le distanze, in rare occasioni, si aggiunge a quello della Lupa - l’insolita nebbia che si forma a causa della differenza di temperatura tra l’aria calda e la superficie fredda del mare, creando un’atmosfera surreale e misteriosa e uno scenario fantastico e incantato.

Per chi volesse approfondire, si consiglia la lettura de 𝑰𝒍 𝑪𝒐𝒅𝒊𝒄𝒆 𝑹𝒐𝒎𝒂𝒏𝒐-𝑪𝒂𝒓𝒓𝒂𝒕𝒆𝒍𝒍𝒊 (Mediano Editore) di fine XVI sec. che riproduce un antico manoscritto di tutte le fortificazioni e castelli calabresi in bellissimi acquerelli.

domenica 19 gennaio 2025

Storia di uno schiaccianoci animato

Ieri sera, con la tua figliola, sei andato a vedere il balletto dello Schiaccianoci al Teatro Cilea messo in scena dall’acclamata e prestigiosa compagnia Russian Classical Ballet, composta da un cast di stelle del balletto russo.
Basato su Storia di uno schiaccianoci, riscrittura di Alexandre Dumas meno cruenta dell’originale Schiaccianoci e il Re dei topi di E.T.A. Hoffmann, il balletto, su coreografia del grande Marius Petipa del 1891 e musiche di Pëtr Il'ič Čajkovskij, è l’immaginifica e curatissima rappresentazione - ambientata durante la vigilia di Natale degli inizi del XIX sec. - della storia di una ragazza che sogna un principe (che tale si trasforma da uno schiaccianoci a forma di soldatino), in una selvaggia battaglia contro il Re dei topi, che la porterà fino al Regno dei Dolci.
Il balletto, inutile dirlo, è un grandissimo classico e immortali sono le composizioni del genio musicale di Čajkovskij (basti pensare ai passaggi melodici della Danza dello zucchero fatato o al celebre Valzer dei fiori). Ma mentre lo guardavi però non riuscivi a non pensare al ricorrente motivo, in tante storie, dei “giocattoli che prendono vita”, in anni recenti consacrato ad un’immensa fama grazie ai film di Toy Story.
Il tema in effetti, nasce proprio nel XIX sec. in parallelo alla crescita della produzione artigianale e poi industriale di giocattoli, divenendo in brevissimo parte dell’immaginario borghese. Basti pensare appunto ai soldatini che prendono vita nel già citato Schiaccianoci e il Re dei topi (1816) di E.T.A. Hoffmann e nel Soldatino di stagno di Hans Christian Andersen (1838), o ai burattini del Pinocchio di Collodi (1881).
Nel XX sec. a seguito dell’invenzione del cinematografo e dell’animazione, il motivo viene subito recuperato dal cinema e, dopo ottant’anni di tentativi più o meno riusciti da parte di Disney, Warner e Metro-Goldwyn-Mayer, arriviamo al mondo dei giocattoli magistralmente animato in Toy Story, istant cult del 1995.

BONUS: Sega un anno prima dell’uscita nei cinema di Toy Story, rilasciò su Sega Saturn il bellissimo ma sfortunatissimo videogioco Clockwork Knight, un classico gioco di piattaforme con protagonista un accattivante e imbranato soldatino a molla, scaraventato nella classica avventura del salvataggio della bambola della Principessa delle fate dai giocattoli cattivi.

lunedì 6 gennaio 2025

Storia dei Re Magi

L’episodio evangelico dei tre Re Magi è noto a tutti e viene celebrato il giorno dell’Epifania.
Ma cosa rappresentano storicamente i Magi? Sono realmente esistiti? Chi erano e da dove venivano?
Nella tradizione cristiana i Magi (singolare magio) erano dei saggi esperti in varie discipline (astrologia, astronomia, filosofia, etcetera) che, secondo il Vangelo di Matteo, «seguendo la stella cometa» giunsero da Oriente per adorare il Bambino Gesù appena nato. Dal Vangelo secondo Luca sappiamo che Giuseppe, Maria e Gesù rimasero a Betlemme 40 giorni (in contrasto con la tradizione liturgica che lascia solo 12 giorni fra Natale ed Epifania... ma in effetti sappiamo che Gesù l’Esseno nacque tra il 7 e il 6 a.C. tra marzo ed ottobre). Non sappiamo pertanto se la visita dei Magi sia avvenuta a Betlemme (come da tradizione), Nazareth o Gerusalemme. La vicenda ha comunque avuto una straordinaria fortuna artistica nelle rappresentazioni della Natività e del presepe, come anche nelle altre arti, dai mosaici al cinema.
Il passo di Matteo descrive i Magi in maniera piuttosto scarna e non ne fornisce il numero esatto (fa riferimento ad un generico «alcuni Magi»), ma la tradizione più diffusa - proveniente principalmente dai Vangeli apocrifi, basandosi sul fatto che vengono citati tre doni (oro, simbolo di regalità, incenso, simbolo di divinità e mirra, un unguento), parla di tre uomini che rispondevano ai nomi di Baldassarre, Melchiorre e Gaspare. Nel tardo Medioevo venne aggiunto il particolare che giungessero dalle tre parti del mondo allora conosciuto: Africa, Persia e Arabia, e la successiva tradizione bizantina li raffigurò con le tre diverse età dell’uomo: il giovane (moro), l’uomo maturo e l’anziano. La regalità dei Magi non è attestata nelle fonti canoniche cristiane, tuttavia col tempo, la raffigurazione dei loro berretti andò modificandosi fino ad assumere «l’aspetto di una corona».
Esistono tradizioni alternative che menzionano fino a dodici Magi e una leggenda che parla nel dettaglio di un quarto magio, Artabarre, che non riuscì ad arrivare in tempo dal Bambino Gesù col suo dono (miele?), essendosi attardato ad aiutare dei bisognosi.

Gli storici ritengono che la narrazione della nascita di Gesù sia pura finzione, conseguentemente anche le figure dei Magi e della stella cometa descritte da Matteo sarebbero “leggenda”, mentre il Magistero della Chiesa cattolica ne sostiene la veridicità. D’altra parte, gli studiosi più legati alla tradizione ritengono che l’avvenimento sia quantomeno legato a qualcosa di realmente accaduto: i Magi non erano infatti ben visti nella mentalità ebraica a causa della condanna della “magia” da parte dell’Antico Testamento, quindi la tradizione non avrebbe avuto nulla da guadagnare inventando l’episodio! si ritiene dunque che l’evangelista Matteo abbia voluto rappresentare con i Magi «tutte quelle persone che venivano da lontano», ossia “gli stranieri umili e gentili venuti a fare visita al Re dei Giudei”, in contrapposizione agli ebrei.